...e penso a te ( primo capitoo)

scritto da Ambro
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Testo: ...e penso a te ( primo capitoo)
di Ambro

"Forse era destino"








Erano giorni strani. L’aria sapeva di attesa, le città erano silenziose e i respiri erano diventati brevi, timorosi. La pandemia aveva stravolto tutto: abitudini, orari, prospettive e anche le persone. Persino io.
In quel caos, in quel tempo sospeso dove ogni certezza sembrava svanita, arrivò lei: Analiù.
La conobbi per caso, in uno di quei gruppi online nati per condividere riflessioni, emozioni, paure. All’inizio era solo una voce tra tante, un nome tra mille. Poi qualcosa cambiò. Mi scrisse in privato dopo un mio post. Un messaggio semplice, quasi distratto, ma mi arrivò dritto al cuore. Da lì iniziammo a parlare. Poco, poi tanto. Poi sempre.
Non era una donna qualunque. Aveva dentro un mondo intero: dolori mai risolti, sorrisi malinconici, parole che sembravano poesie. La sua anima era un campo di battaglia e io, senza accorgermene, iniziai a volerla vivere in prima persona .
All’inizio eravamo semplicemente partecipanti e amici di chat. Lei Ucraina, io Italovenezuelano. Lei sposata, io sposato. Due vite parallele, due traiettorie che non dovevano incrociarsi. Eppure, ci cercavamo ogni giorno. E ogni notte.
Le nostre chiamate erano rifugi. Condividevamo tutto: le paure per la pandemia, i sogni sospesi, il peso della solitudine. Bastava il suono della sua voce a calmare le mie inquietudini ed io le sue
Ci scambiavamo poesie, frammenti di vita, racconti delle giornate più banali, come se fossero pagine di un romanzo che solo noi potevamo scrivere. La nostra complicità era fatta di piccole cose, ma aveva la forza di un amore travolgente. Solo che non potevamo chiamarlo così. "Amicizia" era la parola che usavamo, quella che ci proteggeva, che ci dava una giustificazione davanti al mondo. Ma era solo una maschera, e lo sapevamo entrambi.
Poi, un giorno, ci azzardammo a progettare un viaggio. Un incontro reale.
Forse era destino o doveva andare proprio così, ma ora non posso fare altro che sfogarmi, dire le cose come stanno senza girarci intorno. Ho bisogno di urlare al mondo quello che provo nel cuore. È troppo tempo che cerco di tenermi tutto dentro, facendo finta di niente e cercando di non pensarci, ma sono fottutamente innamorato ancora di Analiù; mai avrei pensato di arrivare a tanto per una donna. Mi sento impazzire, come se il mio cuore non volesse allontanarsi da quei ricordi per paura di perderli per sempre e non posso rischiare perché per me sono molto importanti. Mi manca il suo sorriso, mi manca il suo essere affettuosa, mi manca il suo profumo, mi mancano i suoi capricci, mi manca, mi manca tantissimo.
“Mi manchi”
Poesia tratta da “(D)io sa” di Salvatore Ambrosino pag
Maledetto quel giorno che decisi di regalarle un viaggio in Marocco. Un villaggio trovato su internet, un’ottima offerta, anche perché non volevo il solito villaggio organizzato senza scoprire la terra che ti circonda. Quindi, decisi di farle quel regalo unico per Natale e per il suo compleanno, anche se gli anni li compiva a febbraio. Un regalone in nome della nostra profonda amicizia, per mio conto un amore platonico che ormai ci trasciniamo da un po' senza concludere mai niente di approfondito. Ovviamente un viaggio segreto; né mia moglie né il suo compagno, anzi, nessuno sapeva che andavamo insieme, tranne il mio socio in affari e la sua amica. Infatti, è stata un'avventura imbarcarci sullo stesso volo senza farci vedere insieme; non si sa mai che in aeroporto ci fosse stato qualche conoscente.
Lei aveva detto che andava con una sua amica e che all’ultimo momento questa disdisse la partenza perché non stava bene, tutto regolarmente accertato dal compagno con una messa in scena a dir poco teatrale che la sua complice aveva fatto qualche giorno prima a casa di lei. Io mi ero giustificato di dover andare in Marocco per un investimento immobiliare e non potevo assolutamente mancare, con altrettanto messa in scena del mio complice, cugino e socio in affari; fu proprio lui, come già anticipato, ad accompagnarmi e farmi da spalla. Tutto filò come da programma; imbarcati, accertati che non vi erano conoscenti tra i viaggiatori, facemmo un profondo respiro liberatorio, scaricando la tensione che avevamo accumulato in quella situazione. Eravamo due amici, ma tutti ci vedevano come una coppia innamorata; infatti, la ragazza seduta di fianco a lei le chiese se eravamo in viaggio di nozze. Analiù non rispose, ma le fece un sorriso e un accenno con la testa. La guardai e sorrisi, poi sottovoce le dissi:
"Visto che non sono l'unico che ti pensa come la mia donna". Stesso atteggiamento, sorrise, non disse una parola ma mi diede un bacio sulla guancia sussurrandomi:
"Tu sei il mio gattino."
Arrivammo a destinazione senza nessun intoppo, ognuno aveva la sua camera; per me avevo prenotato una singola, lei aveva prenotato una matrimoniale perché, nel caso il compagno avesse fatto delle verifiche, risultasse che era vero che doveva andare con un'amica. Tutto pianificato nei minimi dettagli. Analiù era bellissima, con molta naturalezza in tutto il periodo di permanenza in Marocco, sfoggiava le sue grazie soprattutto quando indossava vestiti aderenti e scollatissimi ; possedeva una bella quarta di seno e un lato B da urlo; vi lascio immaginare come attizzavano gli occhi tutti gli uomini che incontravamo. Era stupenda specialmente quando si metteva quella collanina con un ciondolino che raffigurava una stella cadente, che con delicatezza si annidava fra i suoi seni ed esaltava il suo bellissimo décolleté.
Durante il nostro viaggio in Marocco, la presenza di Analiù sembrava fondersi con l’atmosfera dei luoghi che attraversavamo. Aveva un modo naturale di muoversi che attirava l’attenzione senza alcuno sforzo, come se la luce stessa trovasse in lei un punto in cui riflettersi. Nei vicoli delle medine, tra profumi di spezie e rumori di botteghe, il suo sorriso riusciva a catturare lo sguardo dei passanti più della merce esposta.
La collanina con la piccola stella cadente era diventata il suo segno distintivo: un dettaglio semplice, quasi infantile, eppure capace di donarle un’aura particolare. Ogni volta che la indossava sembrava raccontare una storia diversa, come se custodisse un desiderio segreto che nessuno di noi osava chiedere.
Ricordo soprattutto i tramonti sul deserto, quando il vento caldo sollevava la sabbia e tutto assumeva un colore dorato. In quei momenti Analiù restava in silenzio, osservando l’orizzonte come se stesse aspettando qualcosa, o qualcuno. Era in quei frammenti sospesi che mi rendevo conto di quanto fosse speciale la sua presenza: non per ciò che mostrava, ma per ciò che riusciva a evocare negli altri.
Una sera rimanemmo a cenare in un locale proprio di fianco al nostro albergo e, dopo qualche bottiglia di vino superbrillante, ce ne andammo sulla spiaggia. Fin lì, tutto bene, anzi: l’aria tiepida e il rumore delle onde sembravano amplificare quella leggerezza che ci accompagnava da giorni.
La spiaggia, a quell’ora, era quasi deserta. Qualche coppia camminava mano nella mano vicino alla riva, lasciando impronte che l’acqua cancellava subito. Noi ci sedemmo sulla sabbia ancora tiepida, senza parlare per un po’, godendoci semplicemente il silenzio e il cielo pieno di stelle. Era uno di quei momenti in cui tutto appare più semplice, come se il mondo rallentasse per lasciarti respirare meglio.
Analiù, con lo sguardo rivolto verso l’oceano, sembrava assorta nei suoi pensieri. Ogni tanto sorrideva da sola, forse per qualche ricordo affiorato all’improvviso, forse per l’effetto del vino, o forse perché, semplicemente, si sentiva libera.
Io la osservavo di lato, cercando di capire cosa le passasse per la mente, ma senza il coraggio di rompere quella quiete perfetta.
Il vento iniziò a farsi più fresco, portandoci il profumo del mare. A un certo punto lei tirò un sassolino nella direzione delle onde, come se volesse mandare un messaggio a quelle acque scure e infinite. Si voltò verso di me e, con un’espressione che non le avevo mai visto prima, quasi seria, disse:
«Non so perché, ma questa sera mi sembra diversa dalle altre.»

La sua voce si confondeva per un attimo con il rumore delle onde, ma il senso di quelle parole restò limpido nell’aria.
Mi voltai verso di lei. La luce fioca dei lampioni arrivava appena fino alla spiaggia, lasciando il suo viso immerso in una penombra morbida, quasi protettiva. Eppure riuscivo a distinguere gli occhi, più profondi del solito, come se stessero cercando qualcosa dentro di me.
«In che senso diversa?» chiesi, cercando di sembrare tranquillo, mentre il cuore accelerava come se avesse capito molto prima di me dove stava andando quel momento.
Analiù sospirò piano e poi sorrise, un sorriso lento, pensato.
«Non lo so… è come se tutto fosse più vero. Più vicino. Come se finalmente avessi smesso di correre.»
Rimasi in silenzio, lasciando che fosse lei a guidare quel filo sottile che si era teso tra noi. Il vento le spostò una ciocca di capelli sul viso; la sollevai con delicatezza, senza neppure rendermene conto, e le dita sfiorarono per un istante la sua guancia. Lei non si tirò indietro. Anzi, chiuse gli occhi come se quel gesto le appartenesse da sempre.
«Anche per me è così,» sussurrai. «È come se questa notte avesse qualcosa di… inevitabile.»
Aprì gli occhi, e nello sguardo c’era una tenerezza nuova, disarmante.
«Allora non me lo sto immaginando,» disse, quasi ridendo. «Meno male.»
Ci avvicinammo in modo naturale, senza esitazioni, come se la distanza tra noi si fosse accorciata da sola. Non c’era bisogno di altro: né parole né spiegazioni. Solo la luce tremolante delle stelle, il mare che continuava a infrangersi sulla riva, quel momento fragile e perfetto che sembrava sospeso fuori dal tempo.
Lasciammo a testimoniare la nostra presenza,la bottiglia di prosecco che ci eravamo portati via dal ristorante ormai vuota
Tornammo in albergo quasi a carponi. Lei mi invitò nella sua camera e mi chiese di ordinare un’altra bottiglia di prosecco per concludere quella fantastica notte. Chiamai la reception e, dopo 10 minuti, arrivò una cameriera, alta, bellissima, con la camicetta bianca sbottonata fino al primo bottone del gilet di panno leggero nero, come la gonna, anzi la minigonna, che metteva in mostra le sue bellissime gambe tonificate, sicuramente dal lavoro che faceva. Bussò alla porta tre volte e poi smise; già nei fumi dell’alcool, seminudo e senza pensarci, andai ad aprire. Indossavo solo la cravatta, gli slip e avevo ai piedi ancora le calze bianche. Con molta nonchalance la feci entrare e le dissi di aprire la bottiglia. La cameriera, ancora un po’ arrossita, appoggiò il vassoio sul tavolino e si guardò intorno, incerta se fosse il momento di congedarsi. Analiù, seduta sul bordo del letto, le rivolse un sorriso gentile, uno di quelli che sanno mettere a proprio agio anche la persona più tesa. Le disse qualcosa in inglese, probabilmente un ringraziamento o un commento sul prosecco, e la ragazza ricambiò con un sorriso timido ma sincero.
Io osservavo la scena da pochi passi, leggermente stordito dal vino ma lucido abbastanza da cogliere un dettaglio: per un istante, le due sembrarono davvero connesse, come se quel piccolo incontro inatteso avesse portato una leggerezza nuova nella stanza.
La cameriera posò il terzo calice e, prima di uscire, ci rivolse un saluto formale ma addolcito da un’ombra di simpatia. Quando la porta si richiuse, l’atmosfera cambiò subito: la stanza tornò silenziosa, avvolta da una luce calda, quasi intima.
Analiù prese il suo bicchiere e mi fissò con quell’espressione che aveva solo nelle notti speciali: un misto di gratitudine, dolcezza e un pizzico di sorpresa per tutto ciò che stava vivendo.
«Che serata strana, vero?» disse ridendo piano, sollevando il calice verso di me.
Io le andai incontro e ci sedemmo uno accanto all’altra sul bordo del letto. «Sì… strana. Ma bella. Di quelle che non dimentichi.»
Brindammo, e per un momento parve che il tempo si fermasse proprio lì, tra il tintinnio dei bicchieri e i nostri sguardi che si incrociavano senza bisogno di dire altro.
Analiù bevve un piccolo sorso e poi appoggiò il calice sul comodino. Rimase qualche secondo in silenzio, come se stesse scegliendo le parole, o forse come se sentisse che non ce n’era davvero bisogno. Mi sfiorò il dorso della mano con un gesto lento, quasi timido, ma sufficiente a far vibrare l’aria tra noi.
«Sai…» mormorò, senza distogliere lo sguardo, «non pensavo che questa serata sarebbe diventata così importante.»
Mi si fermò il respiro per un attimo. C’era qualcosa nella sua voce, un tremito dolce, pieno di sincerità, che mi raggiunse come un abbraccio. Mi avvicinai un po’ di più, lasciando che le nostre spalle si toccassero appena. Lei inclinò la testa verso di me, come se quel contatto le fosse naturale.
«Neanch’io,» dissi. «Però è bello. È… giusto.»
Analiù sorrise, un sorriso lieve, quasi vulnerabile, e appoggiò la fronte contro la mia spalla, come se avesse bisogno di un punto fermo. Io sollevai pianissimo la mano e le sfiorai le dita. Non c’era fretta, non c’erano pretese; solo la calma di quel momento sospeso, in cui ogni gesto sembrava trovato per caso e allo stesso tempo inevitabile.
«Posso dirti una cosa?» chiese, alzando la testa per guardarmi meglio. Gli occhi le brillavano, non solo per il vino, ma per qualcosa di più profondo.
«Certo.»
Fece un respiro lento. «Mi fai sentire al sicuro. E… capita così raramente.»
Quelle parole, così semplici e sincere, mi colpirono più di qualsiasi dichiarazione. Le accarezzai il braccio con delicatezza, lasciando che fosse lei a colmare la distanza tra noi. E lo fece, senza esitazione, avvicinandosi finché la sua fronte non sfiorò la mia.
Rimanemmo così, vicinissimi, ascoltando i nostri respiri mescolarsi in un ritmo tranquillo, come se tutto il mondo fuori da quella stanza fosse svanito.
Veniva fuori da un periodo molto difficile, in primis la separazione da un uomo violento, due figlie meravigliose ,Irena e Irina, da crescere e proteggere, e un ex rimasto in Ucraina che continuava a chiederle soldi senza alcuno scrupolo. Mi fermo qui, non sto a fare l’elenco pietoso della sua situazione: lei stessa non avrebbe voluto essere definita dalle sue ferite.
Eppure, in quel momento, mentre eravamo seduti sul bordo del letto con la bottiglia di prosecco ancora aperta e le nostre mani così vicine da sfiorarsi, sentii che tutto quel peso invisibile aleggiava nella stanza, mescolato alla sua forza e alla sua fragilità.
«A volte mi sembra di non farcela,» confessò piano, guardando il calice che teneva tra le dita, come se al suo interno ci fosse la risposta che cercava. «Non per mancanza di volontà… è solo che la vita non ti dà tregua.»
Le posai una mano sul dorso, con molta delicatezza, come si fa quando si teme di toccare una parte ferita.
«Non devi fare tutto da sola,» dissi, parlando con un tono che mi uscì più sincero di quanto avessi previsto. «Non sempre, almeno.»
Lei alzò lo sguardo verso di me. Era un’espressione che mischiava incredulità e sollievo, come se quelle parole, così normali, avessero comunque trovato un posto dove posarsi.
«Non sono abituata…» mormorò. «A qualcuno che rimane, intendo.»
Spostò il calice sul comodino e si avvicinò appena, quel tanto che bastava a farmi sentire il suo respiro sul viso. Non c’era disperazione nei suoi occhi, né richiesta; solo un bisogno silenzioso di essere vista, riconosciuta, compresa.
Le presi la mano ,un gesto lento, quasi timoroso, ma lei la strinse con una decisione che mi sorprese.
«Non ti sto chiedendo niente,» disse, «ma questa notte… mi fa bene. E tu… mi fai bene.»
Fu allora che l’intimità cambiò sapore: non più l’euforia del vino, né un semplice avvicinarsi fisico. Era qualcosa di più raro, più profondo. Una fiducia che lei non regalava a cuor leggero.
Rimanemmo così, vicini, le mani intrecciate, mentre fuori il rumore della città si perdeva nella notte.
«vuoi che ti parlo di me .»

Lo disse con una calma che mi sorprese, come se quelle parole le avesse tenute dentro per troppo tempo e ora finalmente potessero prendere aria. Le sue dita, intrecciate alle mie, tremarono appena. Non era paura. Sembrava più il timore di entrare in un luogo che, fino a quel momento, aveva protetto come un santuario.
«A volte penso che siamo un piccolo mondo in tre,» continuò, socchiudendo gli occhi come per vedere meglio i ricordi. «Io, Irena e Irina. È come se vivessimo in una casa fatta di equilibri fragili. Ogni giorno succede qualcosa che potrebbe far crollare tutto… e io devo fare in modo che non succeda.»
La ascoltavo in silenzio, consapevole che in quelle parole c’era molto più di un racconto: c’era una vita intera, fatta di scelte dure, di coraggio, di passi falsi e di passi enormi.
«Loro non lo sanno, o forse fanno finta di nulla,» disse con un sorriso velato di malinconia. «Mi guardano come se fossi invincibile, come se potessi sistemare tutto. E la parte più bella è che… io non voglio deluderle. Mai.»
Mi colpì il modo in cui pronunciò il “noi”: non come una dichiarazione di possesso, ma come un cerchio protetto, un piccolo universo costruito sulle braccia e sulle speranze di una sola persona.
«A volte mi sento sola,» ammise, «ma poi le guardo dormire, e capisco che quella solitudine non è vuota. È il prezzo che pago per farle vivere meglio.»
Poi alzò lo sguardo. I suoi occhi, quella sera, erano un mare calmo dopo la tempesta: profondi, sinceri, spalancati.
«E ora ci sei tu,» sussurrò. «Non so ancora cosa significhi. Non voglio correre, non voglio sbagliare… ma stasera mi sembra di non dover difendere nulla, né me, né il mio ‘noi’. È… bello.»
Le scostai una ciocca di capelli dalla fronte con un gesto leggero, come si farebbe con qualcosa di prezioso e fragile allo stesso tempo. Lei chiuse gli occhi un istante, lasciando che quel tocco arrivasse dove le parole non arrivavano.
«Ti va di raccontarmi ancora?» chiesi.
Analiù annuì piano, avvicinandosi un po’ di più, fino a sfiorarmi con la spalla.
«Sì,» disse. «Perché questa è la prima volta, da molto tempo, che sento di poter parlare di noi… senza sentirmi sola.»
Poi si calò nel silenzio
Non mi rispose. Forse non ne aveva la forza, forse le parole le si erano sciolte dentro, lasciando solo quella stanchezza buona che arriva quando finalmente ci si sente al sicuro. Mi accarezzò il viso con un gesto lento, quasi istintivo, come se volesse dirmi tutto ciò che non riusciva più a pronunciare.
Era stanca, apoggiò la testa sul mio petto, respirò profondamente una, due volte… e si addormentò tra le mie braccia.
Rimasi immobile, senza osare muovermi. Sentivo il suo respiro caldo filtrare attraverso la camicia, il peso leggero del suo corpo affidato completamente al mio. Fu un momento semplice, eppure aveva una sacralità tutta sua: non c’era desiderio, non c’era confusione, solo la fiducia silenziosa di chi, per una notte, decide di lasciarsi andare.
Le sfiorai i capelli con la punta delle dita, pettinandoli piano come si fa con qualcuno che si teme di svegliare. Ogni tanto mormorava nel sonno, “ty ,moye koshenya” e qualche parola incomprensibile sempre nella sua lingua, forse un ricordo, forse un sogno.
La stanza era quieta, illuminata soltanto dalla luce soffusa del comodino e dai nostri calici ancora pieni a metà. Il prosecco dimenticato, l’oceano in lontananza che continuava a chiamare, il suo corpo che si abbandonava al mio come se finalmente avesse trovato un porto.
E io rimasi lì, a tenerla stretta senza stringerla, a sentirla respirare, a guardare quella fragilità che era anche forza, quella stanchezza che era anche rinascita.
E per la prima volta, da molto tempo, mi sentii parte di qualcosa di vero.
“Amarti in purezza “
Poesia tratta da “(D)io sa”
di Salvatore Ambrosino pag


“Vi parlo di noi.”

Tutto iniziò, come premesso, con una chat. Ricordo che quel giorno sua figlia aveva la febbre e, essendo in pieno periodo di pandemia mondiale, Analiù era molto preoccupata. Provai a telefonarle, ma naturalmente non rispose: era in ospedale a fare un tampone per accertarsi che non fosse contagiata dal Covid-19. Per fortuna, i risultati furono rassicuranti: nessun contagio.
Nel pomeriggio tornò a casa con la piccola Irina, sollevata e contenta che fosse solo una brutta influenza. Dopo cena, ci riprovai e finalmente mi rispose. La sua voce tradiva la stanchezza: era stata una settimana pesante, di quelle che mettono a dura prova chiunque. Le sue figlie si ammalarono entrambe di influenza, con tosse e febbre, e persino Puffo, il loro gatto, sembrava partecipare al disordine familiare. Ogni momento libero era occupato da cure, preoccupazioni e piccoli imprevisti quotidiani, tra cui anche il datore di lavoro che li ospitava e la madre Hadia, anziana ma energica, di puro sangue ucraino, bionda e con la pelle chiara, sempre impeccabilmente pettinata.
Nonostante tutto, Analiù affrontava la situazione con una forza incredibile, sostenuta da una difesa naturale non solo contro i virus, ma anche contro le avversità della vita. Per lei parlare liberamente era diventato quasi impossibile: ogni conversazione doveva scivolare tra le urla dei bambini, le chiamate del datore di lavoro e le esigenze della madre. Il compagno, rimasto nella loro casa in Ucraina, si limitava a chiamarla qualche volta per chiedere come stavano le ragazze.
Per ridurre al minimo gli spostamenti e le continue formalità legate ai tamponi e ai permessi necessari per accudire il signor Gigi, Analiù si trasferì a casa sua. Con lei si trasferirono anche le figlie e la madre, trasformando quell’appartamento in un piccolo universo protetto, un rifugio temporaneo dove gestire malattie, preoccupazioni e piccoli momenti di sollievo. Tra mille difficoltà, riusciva a creare equilibrio, a mantenere la calma e, soprattutto, a preservare la quotidianità della sua famiglia.
“Chi è al telefono?”

Era la prima domanda che sua mamma le rivolgeva ogni volta che suonava il cellulare. Per chi viveva in una villa con giardino o in un appartamento con terrazzi o balconi, trovare un po’ di privacy era relativamente semplice; ci si poteva anche permettere di trascorrere intere giornate senza fare nulla, godendosi uno spazio personale.
Per chi, come Analiù, viveva in un appartamento senza alcuno sfogo esterno se non un balcone a fronte strada, era tutta un’altra storia: era come stare in carcere, in una cella comoda ma comunque limitata. Ottanta metri quadrati in cinque persone più un ospite esigente come l’adorabile Hadia, sempre attenta a tutto ciò che accadeva, non solo alla figlia, ma anche alle nipotine, al signor Gi e persino al povero Puffo.
Vivere tutti i giorni in quella situazione era indubbiamente più complicato che in una villa.
Chi possedeva un animale, in particolare un cane, aveva qualche possibilità di libertà: uscire per qualche ora significava poter incontrare altre persone durante la passeggiata, sincronizzare gli incontri e godere di piccoli spazi di autonomia. Per gli altri, invece, la libertà era limitata a brevi incontri o a rapidi scambi di parole, sempre con grande attenzione a non farsi notare. Anche la spesa settimanale diventava un’occasione strategica: andava pianificata con cura, concordando luogo, giorno e orario con chi si desiderava incontrare.
Non so come vi siete organizzati voi in quel periodo, ma per me, libero da impegni lavorativi, fu necessario mettere in campo una serie di strategie per riuscire a trovare il momento giusto in cui poter parlare liberamente con Analiù, senza interruzioni, senza occhi indiscreti e senza la pressione costante della convivenza forzata.
Trovare un momento per parlare con lei era diventata una piccola missione quotidiana. Dovevo calcolare con attenzione ogni variabile: l’orario in cui le bambine erano impegnate con i compiti o a guardare la televisione, la pazienza del signor Gi, la discrezione della madre Hadia e persino lo stato d’animo del povero Puffo, sempre pronto a cercare attenzioni.
Spesso mi limitavo a messaggi brevi, piccole note via chat che potevano scivolare tra un pasto e l’altro, tra una chiamata e l’altra, senza attirare troppa attenzione. Ma quando riuscivo a telefonarle, era come entrare in un mondo sospeso: anche solo dieci minuti bastavano per sentire la sua voce, ridere di qualcosa di piccolo, o semplicemente condividere il silenzio insieme.
Altre volte, studiavo delle vere strategie di “liberazione”: sapevo che se programmavo la telefonata durante la nanna pomeridiana di Irina, avevamo qualche momento di tranquillità; oppure, se aspettavo che Irena fosse occupata con un gioco, potevamo scambiarci pensieri e parole senza fretta. Ogni piccolo dettaglio contava: un suono di passi, la porta che si chiudeva, il tono della voce di Hadia che annunciava un controllo incombente.
Fu in quei momenti, tra una difficoltà e l’altra, che la nostra conversazione divenne qualcosa di più della semplice comunicazione: era un rifugio. Anche se breve, era uno spazio di fiducia, dove potevamo essere sinceri, ridere, confidare piccole preoccupazioni o anche solo sentirci presenti l’uno per l’altra. In un mondo dove ogni parola poteva essere interrotta, ogni sguardo osservato, quei frammenti di libertà diventavano preziosi.
E così, giorno dopo giorno, imparai a cogliere le pause, a riconoscere i segnali, a trovare quel sottile equilibrio tra discrezione e vicinanza. Non erano semplici telefonate: erano momenti di connessione vera, rare gemme di intimità in mezzo al caos della vita quotidiana.
Col passare dei giorni, quelle piccole finestre di conversazione divennero il filo invisibile che ci teneva uniti. Ogni chiamata rubata, ogni messaggio scambiato in fretta, era un gesto di attenzione che raccontava più di mille parole. Non era solo una questione di vicinanza fisica, ma di comprensione: sapevo quando interrompere la conversazione perché arrivava qualcuno, e lei sapeva quando rallentare il racconto perché non poteva parlare liberamente.
Eppure, nonostante le difficoltà, ogni volta che riuscivamo a trovarci, si creava una calma incredibile. Bastava ascoltarla per capire quanto avesse bisogno di un momento di respiro, di qualcuno con cui potersi fidare, anche solo per pochi minuti. La sua voce, più ferma e sicura in quei momenti, mostrava una forza che la vita le aveva insegnato a costruire, un equilibrio tra delicatezza e resilienza.
Notai anche come questi momenti influissero sulle sue figlie: parlava con loro, le consolava e le incoraggiava, ma ogni tanto un sorriso o uno sguardo tradivano la stanchezza accumulata. In quelle pause, lei trovava la possibilità di condividere un pensiero con me, di ridere per qualcosa di leggero o di confidarmi le sue paure senza sentirsi giudicata.
Col tempo, iniziai a percepire che il nostro rapporto non era più solo fatto di messaggi e chiamate furtive: era una presenza reciproca costante, anche nei momenti in cui eravamo separati. Sapevamo entrambi che l’altro c’era, pronto ad ascoltare, pronto a condividere anche solo un silenzio comprensivo.
E fu in quelle piccole intimità, così fragili eppure così vere, che iniziai a capire quanto fosse profondo il legame tra noi. Non c’erano gesti grandiosi, né parole sussurrate tra mura protette: c’era la costanza, la pazienza, la delicatezza di due persone che si trovano in mezzo al caos della vita e scelgono di essere presenti l’una per l’altra, sempre.
“Distanziamento sociale”
Poesia tratta da “Ricord(i)Arsi ” di Salvatore Ambrosino pag

“Ma giù stancat e te”
Poesia tratta da “Ricord(i)Arsi ” di Salvatore Ambrosino pag

Non potete immaginare quanto fosse doloroso ritrovarsi in quella situazione, ma potete certamente capire quanto fosse straordinario vivere quell’esperienza. Eravamo entrambi convinti che la nostra amicizia fosse unica e irripetibile. Nonostante le difficoltà imposte dalle restrizioni della pandemia, quella situazione finì per rafforzare il nostro rapporto. E vi assicuro che non avrei rinunciato a lei per nulla al mondo.
Forse è sempre complicato il rapporto tra due persone che sono amici, ma che si percepiscono anche come amanti. Noi, grazie alle piccole distrazioni quotidiane e alla complicità che ci legava, non ci avevamo mai dato troppo peso. Era un’epoca che nessuno di noi dimenticherà mai: un periodo che stravolse le nostre vite, le abitudini e persino i gesti più spontanei. Nessuna stretta di mano, nessun abbraccio: solo affettuose gomitate. Stare insieme nel ventesimo secolo era già complicato, con la pandemia lo fu ancora di più. Perfino le favole, in quel tempo, non offrivano più lieti fini: insegnavano invece a ponderare ogni scelta, anche nella sfera sentimentale.
Si sa che il vero grande amore arriva dopo sofferenze e delusioni, e lei lo sapeva bene. Ognuno è collegato alla propria anima gemella da una linea invisibile: due punti uniti che, tuttavia, non segnano la fine. La linea può continuare, intrecciarsi con altri punti, andare avanti all’infinito. La sua vita era un lungo intreccio di felicità, delusioni, paura e violenza, psicologica e fisica. Sentire la sua testimonianza di persona sarebbe stato come percepire l’odore del marcio nelle sue parole, l’amarezza, il dolore profondo.
A soli sedici anni aveva pensato di aver trovato il suo punto definitivo, quell’uomo che le giurò fedeltà e amore. Dalla loro unione nacquero due meravigliose figlie, ma quell’uomo si rivelò incapace di affrontare le difficoltà della vita, diventando brutale e intollerante. Con il nuovo compagno conosciuto in Italia, e nemmeno con me, la situazione non fu mai simile. Quel periodo, nonostante le restrizioni, era esclusivamente nostro: intenso, prezioso, avvolto dal calore che solo noi riuscivamo a condividere.
Ogni respiro, ogni gesto, ogni pensiero aveva un senso e un perché. Avrei voluto fermare il tempo, bloccare quegli attimi intimi e irripetibili. Nessun’altra donna avrebbe potuto conoscere quella parte di me: poetica, dolce, sensibile e profonda, che esplose prima ancora del nostro primo bacio.
Ricordo come se fosse ieri: sicuro del sentimento che ci legava, mi azzardai a chiarire la nostra situazione e la baciai, un bacio molto soft, a stampo, per sigillare la mia promessa. Rimase immobile per un attimo, poi la prima cosa che mi disse fu: «Non te lo consiglio, meglio lasciar perdere.»
Rimase ferma per un attimo, il volto appena arrossato, e io percepii la sua esitazione come un silenzio che parlava più delle parole stesse. Non c’era rifiuto nella sua voce, solo cautela, un richiamo a non correre troppo in fretta.
«Forse… non è il momento,» mormorò, evitando il mio sguardo diretto. C’era una saggezza nelle sue parole, un equilibrio tra prudenza e sincerità, e capii subito che non erano dettate da paura, ma da un rispetto profondo per quello che eravamo e per quello che stavamo costruendo insieme.
Mi limitai a sorridere, dolcemente, senza insistere. Le presi la mano, la strinsi appena, e lei non ritirò le dita. Ci restammo così, vicini ma senza forzare nulla, godendo di quel silenzio che, in fondo, era pieno di significato.
In quel momento compresi qualcosa di importante: il nostro legame non aveva bisogno di gesti eclatanti per essere reale. Era nei piccoli attimi, nelle parole sussurrate, nei sorrisi condivisi, nella fiducia silenziosa che ci legava. E quel bacio, anche se breve e “soft”, aveva sigillato qualcosa di molto più profondo: la promessa di esserci, sempre, nei momenti di gioia e di difficoltà, senza fretta e senza pressioni.
Ci sedemmo fianco a fianco, parlando piano, ridendo dei piccoli eventi quotidiani, scambiandoci pensieri e sogni senza la necessità di un contatto fisico più intenso. Era un’intimità diversa, ma altrettanto potente: un sentimento che cresceva nel rispetto, nella delicatezza e nella comprensione reciproca.
E fu in quel momento, tra la calma di un bacio sospeso e il silenzio condiviso, che capii davvero quanto fosse unico ciò che avevamo: non un amore frenetico o travolgente, ma una connessione profonda e duratura, costruita con pazienza, attenzione e cuore.
“Antico Amore”
Poesia tratta da “(D)io sa” di Salvatore Ambrosino pag
Aveva ragione lei quando, al mio primo bacio, mi disse di lasciar perdere. Accecato dalla passione e dal desiderio, non mi resi conto di chi fosse realmente, nemmeno durante tutto il periodo in cui ci siamo frequentati. Era esattamente ciò che volevo: una donna calda, intelligente, capace di affrontare qualsiasi situazione pur di vedermi felice.
Ma le cose cambiarono dal giorno dopo il nostro viaggio. Ho sempre sentito dire che chiunque torni a casa dopo un viaggio si sente diverso; io non ci credevo, perché pensavo che siamo sempre noi a partire e sempre noi a ritornare. Eppure, qualcosa accadde in lei: uno switch mentale, un cambio di prospettiva, un corto circuito interiore? Qualsiasi cosa fosse, dopo quel viaggio Analiù non era più la stessa.
Non credo sia peggiorata, ma da allora è diventata più insicura, piena di dubbi, aggrappata a ogni incertezza. Si contraddice nelle decisioni e affronta situazioni rischiose, come la decisione di andare in Ucraina, mettendo a repentaglio la sua vita e il suo lavoro. Si è allontanata da me senza spiegazioni chiare; ancora oggi non so se la causa sia davvero quella.
Pur vivendo nello stesso paese, non abitavamo vicini e ci vedevamo solo uno o due volte a settimana, sempre organizzando incontri al bar o al supermercato. Per il resto, il nostro legame era virtuale, tramite chat o telefono, anche se, soprattutto a lei, queste modalità non piacevano. Nonostante la nostra amicizia e la forte attrazione fisica, non c’era mai stato un “ti amo”. Ecco il punto: non riuscivo a capire perché non mi scrivesse mai di sua iniziativa, anche solo per un “tutto bene?”
Per metterla un po’ alla prova, in due occasioni scomparvi per un giorno senza scriverle nulla. In entrambi i casi, il giorno dopo, fu lei a scrivermi. Ma lo faceva come se nulla fosse, magari chiedendomi qualcosa relativa alle nostre conversazioni precedenti. Probabilmente il mio silenzio l’aveva preoccupata, e voleva riallacciare subito il contatto. Capisco oggi che è fatta così: non ama dare fastidio, non vuole essere invadente.
Eppure, considerando quello che stava nascendo tra noi, e il fatto che, pur senza dichiararci, eravamo più che amici, più che complici fisicamente, non capivo perché avesse timore di scrivermi. Analiù è a tratti introversa e timida, a tratti schietta e diretta. È proprio questa dualità che mi confonde ancora oggi.
Non che mi dispiacesse fare il primo passo; anzi, amo farlo. Ma in un periodo in cui non ci vedevamo spesso e dovevamo mantenere viva la fiamma, la sua ritrosia pesava. Cos’è successo durante quel viaggio? Questa è la mia ossessione, il martello che continua a battere nella mia testa, e ancora oggi non trovo risposta.

“Il mio tormento”
Poesia tratta da “Ricord(i)Arsi ” di Salvatore Ambrosino pag


“Tormento”
Poesia tratta da “Ricord(i)Arsi ” di Salvatore Ambrosino pag

Dopo quel viaggio, ogni incontro, ogni messaggio, ogni chiamata aveva un peso diverso. Non era più solo il piacere di stare insieme o la complicità che avevamo costruito in mesi di conversazioni rubate e risate condivise: c’era sempre un’ombra di distanza, un velo di insicurezza che sembrava allontanarla da me, senza che potessi capire il perché.
Mi ritrovavo spesso a riflettere, a chiedermi se fosse stato qualcosa che avevo detto o fatto, se fosse un mio errore o semplicemente un cambiamento inevitabile dentro di lei. Ma più mi ponevo domande, più sentivo crescere dentro di me quella tensione sottile, fatta di desiderio di vicinanza e della frustrazione di non riuscire a raggiungerla completamente.
Eppure, nei momenti in cui ci incontravamo, per poche ore, tutto sembrava tornare come prima: i sorrisi, le battute, la leggerezza di chi sa che la compagnia dell’altro è un rifugio dal mondo esterno. In quegli attimi capivo quanto fosse forte il nostro legame, quanto profondamente ci conoscessimo e quanto ci affidassimo l’uno all’altra, anche senza parole.
Forse era proprio questo il punto: Analiù aveva bisogno di sentirsi al sicuro, di proteggere la propria libertà emotiva, e io dovevo imparare a rispettare quella parte di lei che non poteva essere afferrata con facilità. Ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio diventava un terreno delicato su cui camminare, ma anche una possibilità di crescita, di comprensione reciproca.
E così, tra dubbi e momenti di pura connessione, imparai a osservare i dettagli: un sorriso improvviso, un accenno di risata, un messaggio scritto con cura. Quelle piccole cose erano il segnale che, nonostante tutto, la fiamma tra noi non si era spenta; e che la distanza emotiva e la sua insicurezza non erano barriere impossibili, ma parti di un puzzle più grande che dovevo solo imparare a leggere con pazienza.
Ogni giorno, ogni conversazione, ogni incontro diventava un passo avanti verso la comprensione di chi fosse realmente Analiù e di come poter costruire qualcosa di solido e autentico, anche in mezzo a dubbi, paure e incertezze. E in quel processo, lentamente, iniziai a capire che l’amore, o qualsiasi forma di legame profondo, non è mai lineare: si costruisce tra le pause, nei silenzi, nelle attese e nei piccoli gesti che sembrano insignificanti ma che, in realtà, raccontano tutta la verità di un sentimento.
Certo, la confusione è tanta, sia nella sua testa che nella mia. La voglia di libertà e di leggerezza si scontra con il desiderio di rimanere ancorati a qualcosa di stabile, a una relazione strutturata. Lei ha voglia di divertirsi, di vivere appieno le tante opportunità che ha davanti: il lavoro, le nuove amicizie, lo stare accanto alle figlie. Quest’ultimo è un impegno serio e imprescindibile, qualcosa che la costringe a pensare al futuro e a fare scelte concrete, irrinunciabili.
Ovviamente è stressata: troppi impegni, decisioni da prendere, e poi ci sono io, che non le do tregua. Non riesce a gestire tutto e sente il bisogno di alleggerirsi di ciò che sa di poter riprendere quando vuole. Forse è per questo che si è raffreddata, lasciandomi involontariamente bruciare nel mio ardore, creando in me una sofferenza intensa.
Forse sarebbe davvero meglio darle un po’ di spazio, lasciarle il tempo di chiarirsi le idee e non forzare ulteriori incontri. Forse la mia lontananza potrebbe aiutarla a recuperare il senso del nostro rapporto, a rinnovarne l’importanza. Ci vuole pazienza, e devo aspettare, giusto il tempo che le servirà per decidere se continuare o lasciar morire l’amore che provo profondamente nel cuore.
Sta vivendo un momento cruciale della sua vita: ha iniziato a lavorare e sta realizzando il suo sogno. Non mi ha detto di essere stanca di me, né mi ha chiesto una pausa di riflessione; escludo persino che possa essersi innamorata di qualcun altro. Come si suol dire, dopo le giornate difficili arrivano quelle belle, che riportano la luce del sole e il calore nel cuore: così è stato anche per noi.
Pochi giorni fa ci siamo visti per salutarci. Ha deciso di andare in Ucraina per rivedere la sua mamma e i suoi fratelli, e questo mi preoccupa molto, considerando che il conflitto con la Russia è ormai in corso da più di un anno. A mio modesto parere, per capire le origini di questo tragico conflitto, bisogna tornare al 2013, anno delle proteste note come Euromaidan. Fu allora che le relazioni tra i due paesi si surriscaldarono, e quegli scontri costarono la vita ad almeno cento persone.
Io sono profondamente per la non violenza. Eviterei sempre lo scontro bellico, dove a morire sono giovani che dovrebbero pensare a costruire la loro vita, non a combattere: fidanzati, padri, mariti, fratelli, figli.
Ci eravamo visti per un saluto rapido, in un caffè anonimo lungo la statale. Non avevamo scelto un luogo romantico o intimo; la riservatezza in quel periodo era una questione di sopravvivenza. Lei era tesa, i nervi scoperti sotto l’apparente calma del suo sorriso. Il suo viaggio in Ucraina – la terra in guerra, la sua famiglia – era una decisione che ammiravo per il coraggio, ma detestavo per il rischio che comportava. E la detestavo perché era una fuga, l’ennesima, da noi.
Quell’incontro fu breve, scandito da sguardi che dicevano troppo e parole che, al contrario, non dicevano nulla di ciò che contava. Mi abbracciò, un abbraccio veloce, casto, come se temesse che anche quel contatto potesse incendiarla di nuovo, o forse per la paura che io potessi leggere, in quel contatto, l’origine del suo gelo.
“Stai attento,” le dissi, cercando di nascondere la voce che mi si incrinava. “Chiamami appena arrivi.”
“Lo farò,” rispose lei, ma la sua promessa suonava come una formalità, un’incombenza da sbrigare per non offendermi. Non si trattava di un’amante che prometteva di sentire l’uomo che ama, ma di un’amica che rassicura il suo confidente. Era questa la maschera che portava con sé, anche nell’ultimo addio.
La guardai salire in macchina, il suo profilo incorniciato dal finestrino che sfrecciava via. E in quel momento, il martello nella mia testa ricominciò a battere: Cosa è successo in quel viaggio?
Il dubbio era diventato il mio inquilino più molesto. Avevo analizzato ogni istante trascorso in Marocco. La complicità sul volo, l’eccitazione per il gioco segreto, la sua bellezza in quel villaggio, le lunghe chiacchierate sulla spiaggia. Poi, la notte in cui ci ubriacammo. Arrivammo alla sua porta, stravolti dal vino superbrillante. Lei mi invitò ad entrare, mi chiese di ordinare il prosecco. La cameriera, bellissima e imbarazzata, l’aveva servita. Lei aveva riempito tre calici e si era seduta sul letto.
Ricordo l’inglese smozzicato che Analiù aveva scambiato con la ragazza, e come avessero riso insieme. Non avevo compreso le parole, ma il sorriso di Analiù in quel momento era stato pieno, autentico, liberatorio. Era la gioia di una donna che, per la prima volta dopo tanto tempo, era totalmente libera dalle catene del passato e dalle responsabilità.
Ero io la causa del suo cambiamento? Il viaggio, l’aver toccato la realtà di quel sentimento platonico e clandestino, l’aveva spaventata? O forse la sua paura era stata la mia reazione al suo rifiuto: “Non te lo consiglio, meglio lasciar perdere.”
Mi sentii un egoista. Stavo concentrando tutto sul mio tormento amoroso, ignorando le sue scelte coraggiose, le sue responsabilità di madre, il suo bisogno di realizzarsi nel lavoro. Analiù cercava di liberarsi dalle situazioni strutturate, come lei stessa aveva ammesso indirettamente. Ma io ero diventato, in quel momento, la sua ennesima struttura, un altro impegno emotivo che non riusciva a sostenere.
Il suo silenzio, la sua riluttanza a scrivermi per prima, assumeva un nuovo, doloroso significato. Non era un gioco, né timidezza: era la distanza di sicurezza che lei doveva mantenere per non crollare sotto il peso di un altro potenziale legame travolgente. Voleva l’affetto, l’attrazione, il calore che le davo, ma senza l’obbligo del primo passo, senza la dipendenza emotiva che il contatto quotidiano comporta. Voleva alleggerirsi, e io ero il peso che, forse, era più facile mettere da parte, perché sapeva che, prima o poi, sarei tornato.
Ora, lei era in viaggio verso un paese in guerra. E il mio unico compito, lo capii in quel momento, era quello che mi ero imposto: darle il tempo. Tempo per scegliere se continuare o lasciare morire questo amore, tempo per respirare senza che il mio desiderio bruciante le togliesse l'aria.
Ero lì, seduto al tavolo di quel caffè, a fissare un punto nel vuoto, mentre Analiù si allontanava verso l’incertezza, lasciandomi solo con la certezza di amarla e il rumore assordante del mio cuore spezzato.Sentivo un nodo allo stomaco. Non era solo paura per la sua incolumità: era la consapevolezza che, anche a distanza, ogni momento insieme sarebbe diventato più fragile, più breve, e che avremmo dovuto affidare la nostra connessione al filo invisibile della fiducia e della pazienza.Sentii dentro di me la speranza che, nonostante tutto, saremmo riusciti a proteggere quella fiamma, a nutrirla anche a distanza, con delicatezza, pazienza e amore. Perché il nostro legame non era fatto di assenze o presenze fisiche, ma di presenza emotiva, di attenzione, di cura reciproca. E se fossimo riusciti a mantenere quella connessione, allora nulla avrebbe potuto spegnerla, nemmeno le tempeste del mondo esterno.
...Io ero il peso che sapeva
di poter mettere da parte,
perché sarei tornato.
E tornavo sempre.
E nel vuoto che lasciava
si allargava la certezza
di amarla.











...e penso a te ( primo capitoo) testo di Ambro
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